Ho visto correre Tom Boonen

Il ciclismo e il lieto fine, purtroppo o per fortuna a seconda del genere che preferite, non vanno d’accordo.

Pantani e Coppi hanno confermato la loro fama di maledetti anche in punto di morte, Merckx e Hinault si sono dimostrati sì coriacei e irriducibili ma l’età, gli acciacchi o, più semplicemente il destino, aveva già deciso per loro. E così il Cannibale prendeva un quarto d’ora da Kuiper in cima all’Alpe d’Huez nell’ultimo Tour della sua irripetibile parabola mentre il francese, una decina d’anni più tardi ma sempre sullo stesso traguardo, doveva “accontentarsi” della vittoria di tappa quasi concessagli dalla maglia gialla, nonché suo capitano a La Vie Claire, nonché nuova stella del ciclismo mondiale, Greg LeMond.

Per par condicio diciamo anche che ogni tanto, ma davvero ogni tanto, qualcosa finisce anche nel migliore dei modi. Cancellara che vince l’oro olimpico nella prova a cronometro a Rio, ad esempio, ma è comunque interessante notare i bocconi amari che lo svizzero ha dovuto ingoiare in tutto il 2016, dalle classiche del Nord al Tour de France, a testimonianza del fatto che il ciclismo non regala mai niente, al massimo può perdere qualcosa dalle tasche lungo il suo perpetuo cammino.

Ed è proprio per questo motivo che quando Tom Boonen è apparso ormai irrimediabilmente battuto all’ultima Parigi-Roubaix, nessuno ne è rimasto così scioccato.

Deluso senz’altro, magari dispiaciuto.

Ha vinto l’altro belga, Greg Van Avermaet, quello di cui non si parlava quasi mai fino a poco tempo fa ma che nelle ultime settimane ha brillato per potenza, furbizia e caparbietà.

Boonen è distante, chiude tredicesimo senza nemmeno disputare la volata dei battuti, termine che non gli appartiene nella maniera più assoluta: a cosa gli serve essere il primo degli sconfitti?

Non fa nemmeno il giro d’onore, “ne ho già fatti fin troppi quest’anno, e poi il giro d’onore spetta a chi vince”.

Finisce così l’avventura del più grande interprete del pavé che si sia mai visto: sotto ad una doccia bollente, maledicendo John Degenkolb per non averlo aiutato a rientrare sui primi, con le gambe a pezzi e il cuore altrettanto.

La dura legge del ciclismo, signori.

La Parigi-Roubaix è la corsa di Tom Boonen. Anche la Ronde, che si corre in casa sua, in Belgio, non è da meno: ma vuoi mettere la Roubaix? Qui, anche se siamo in Francia, tutto sa di Belgio.

L’edizione del 2002, quella del suo debutto sul pavé francese, è praticamente indimenticabile.

La primavera, in quella domenica d’aprile, viene dimenticata in un angolo chissà dove e a spadroneggiare in quelle difficili campagne sono la pioggia, il vento, il gelo.

Tom è professionista da tre mesi e si trova catapultato in una delle giornate più dure degli ultimi anni.

Trionfa, per la terza volta in carriera, Museeuw, che anticipa di oltre tre minuti Wesemann.

A Boonen era stato affidato un compito, semplice nella sua spiegazione ma un po’ più difficile nella sua attuazione: il capitano è Hincapie e ogni altro membro della US Postal deve lavorare per la sua vittoria.

Quando però l’americano finisce in un fosso, Tom capisce che quello è il suo momento.

Non si volterà più, per quel giorno, e tirerà dritto fino al traguardo.

Da perfetto sconosciuto al terzo posto alla prima Roubaix: quanto si è forti e irrazionali a vent’anni…

Museeuw, che di pavé se ne intende, non ha dubbi: “Il futuro è suo”.

Da quel giorno e per i successivi quindici anni, spiegare quella prima folgorante apparizione del belga all’Inferno del Nord sarebbe diventato piuttosto facile: così forte, sul pavé, non c’era mai andato nessuno.

Boonen è un suono profondo, gutturale, che necessita rispetto senza però necessariamente doverlo chiedere. Boonen si rispetta, punto e basta.

Non è Merckx o Maertens, secco e imperscrutabile, ma Van Steenbergen e Van Looy, altisonante e ingombrante.

Boonen, se lo si ascolta attentamente, fa eco.

Gli basta un pomeriggio, quel pomeriggio, per diventare l’idolo del tifo belga.

E’ giovane, acerbo, ancora inesperto eppure attacca, scatta e spacca come se nelle gambe avesse il tritolo e nella testa la consapevolezza di vipassana, che si manifesta solo nel presente e sorge con ciò che conosce.

E’ belga fino al midollo ma la sua fisionomia, slanciato bello e biondo, richiama parecchio quella di un normanno, e ad osservare l’impeto con cui doma il pavé, ci si potrebbe confondere per davvero.

A differenza dei tanti connazionali che pedalano o hanno pedalato in gruppo, Tom è più gioioso, sereno, leggero eppure mai superficiale.

Esulta con le braccia al cielo, esulta fin dai meno trecento all’arrivo se arriva da solo (succede piuttosto spesso) e con un gesto verso la telecamera, un quattro, ci ricorda che sta andando a vincere la sua quarta Parigi-Roubaix, come lui soltanto De Vlaeminck.

Van Avermaet, Vanmarcke e molti altri prima di loro appaiono e apparivano più distaccati, ermetici, quasi infastiditi da tutto quel circo.

Tom Boonen, sul pavé, è semplicemente perfetto.

Da vedere, perché ha un fisico da granatiere e un insieme di nervi che fanno sempre quello che dice lui, e da tifare, perché sembra sempre più fresco degli altri, più efficace degli altri e più in controllo degli altri.

Ha una sensibilità fuori dal comune, che gli deriva forse dal correre senza guanti, una scelta che rivela il campione. Corre con impetuosa lucidità, non aggredisce mai il pavé perché peccherebbe di arroganza, e chi esagera, nel ciclismo, ritorna al punto di partenza.

E’ un belga che corre in una squadra belga che lotta per le classiche del Nord, molte delle quali (indovinate un po’) in Belgio, e lui ne è il capitano, il faro, la stella polare.

Quattro Parigi-Roubaix, tre Ronde, tre Gand-Wevelgem, cinque Harelbeke e tre Kuurne-Bruxelles-Kuurne, solo se ci limitiamo alle pietre. Ci sarebbero anche sei tappe al Tour de France con una maglia verde, due frazioni alla Vuelta e due campionati nazionali belgi.

Nel 2005, la sua miglior stagione, si laurea anche campione del mondo a Madrid dopo aver conquistato, in ordine: due tappe alla Parigi-Nizza, Giro delle Fiandre, Roubaix, Giro del Belgio e due frazioni del Tour de France. E queste sono solo le più importanti, ovviamente.

Alla Rubé è stato un crescendo rossiniano.

Nel 2005 regola allo sprint il gruppetto dei migliori, nel 2008 soltanto Cancellara e Ballan, nel 2009 invece arriva, per la prima volta, in solitaria nel velodromo di Roubaix dopo aver preso il volo sul Carrefour de l’Arbre mentre nel 2012, il giorno del “quattro” rivolto alle telecamere di tutto il mondo, saluta tutti ad oltre cinquanta chilometri dall’arrivo, come a dire “signori, abbiate pazienza, io adesso me ne devo andare”.

Quella Roubaix, la quarta, è quella che vale di più. No, non soltanto perché permette a Boonen di issarsi al pari di De Vlaeminck, quattro Inferni a testa.

Vedere arrivare Tom in solitaria dopo un esercizio tatticamente e atleticamente perfetto durato più di un’ora, non era così scontato.

Il suo mondo, fatto sì di fatica ma anche di successo, agio e fama, inizia a girare troppo forte.

Vorrebbe scendere, fermare tutto, ma si rende conto che è pressoché impossibile.

E così, la Dama Bianca entra a far parte della sua vita con disarmante e preoccupante costanza.

E’ un uomo nettamente in difficoltà e la cocaina non fa altro che amplificare tutto questo.

La prima positività risale al 2008, la seconda e ultima arriva un anno più tardi.

Il regolamento non prevede la squalifica perché il consumo di cocaina è avvenuto in un periodo che per questa sostanza viene considerato “fuori dalle competizioni”.

La situazione però è ormai chiara a tutti: il ragazzo ha qualcosa che non va, non sta bene e ha bisogno d’aiuto.

Il Tour gli fa sapere che non è persona gradita, lui si trasferirà addirittura a Montecarlo, lontano dal suo Belgio: un gesto imperdonabile, mai nessun campione belga l’aveva fatto prima. Un vero e proprio tradimento agli occhi dei tifosi.

Ma non cambia niente, anzi, se possibile va tutto peggio: subentra anche lo spettro dell’evasione fiscale.

Qui è fondamentale l’appoggio della Quickstep, che non lo abbandona e lo aiuta nel suo percorso verso la disintossicazione.

E il vento cambia, finalmente.

Ritorna a vivere in Belgio e a respirare ciclismo, che tutto gli aveva dato e che altrettanto stava per toglierli.

Tom ritorna Boonen, Tornado Tom, Tommeke.

Non è mai stato un corridore in disarmo, nemmeno nel momento più buio, ma quanto faceva male saperlo solo e debole a corsa finita.

Purtroppo, per il belga, quello non sarebbe stato il suo ultimo periodo difficile.

Nel 2014, la moglie Lore perde il bambino che portava in grembo.

E’ un dolore infinito, lancinante, corrosivo, ma Tom è ormai un uomo: sarà l’amore per la vita e per il ciclismo a salvarlo.

Alla Roubaix 2016, sulla carta una delle più aperte ed incerte degli ultimi decenni, si consuma il delitto perfetto.

Boonen non è più solido e brillante come ai bei tempi ma fa di necessità virtù.

Quando si parla di pavé è ancora il più decisivo: non è detto che vinca, anzi, l’ultimo successo di rilievo sulle pietre è proprio la Roubaix di quattro anni prima, ma la corsa dipende ancora dalle sue mosse.

E infatti, non appena gli viene comunicato che Sagan e Cancellara sono rimasti coinvolti in una caduta, prende in mano le redini della gara per l’ennesima volta.

Fabian Cancellara, cavolo: ma quanto tempo è passato?

Lo svizzero è stato l’unico in grado di arginare e limitare lo strapotere dell’asso belga.

Tre Roubaix e tre Fiandre nell’era del re delle pietre gli valgono come minimo la nomina a viceré.

Ha sfruttato i momenti di assenza di Boonen, come alla Roubaix 2010 dove il belga c’era e chiudeva quinto ma doveva fare ancora i conti con i suoi mostri oppure nell’edizione 2013, dove Boonen non c’era nemmeno, e ha saputo anche levarselo di ruota con merito ed astuzia nell’edizione del 2006.

Sul passo Cancellara bacchetta Boonen ma sul pavé, oggettivamente, non c’è niente da fare: come il belga c’è solo lui.

E come nelle migliori rivalità, ognuno dei due è diventato leggenda anche perché ha saputo sconfiggere l’altro, ognuno dei due avrebbe avuto tutt’altra carriera se non avesse incrociato l’altro, l’antitesi, ma sicuramente nessuno dei due sarebbe ricordato con così tanta riconoscenza.

E comunque, entrambi, possono dire di aver dato vita al dualismo più spettacolare nella storia del pavé.

Ma ora non c’è tempo per pensare a ciò che è stato, adesso Cancellara e Sagan sono dietro e Tom sa che un treno del genere potrebbe non passare mai più.

Gli ultimi chilometri di quella Parigi-Roubaix sono un invito all’ateismo.

Il trionfo dell’istinto, l’apoteosi dello sforzo fisico, la testimonianza che l’uomo, per fortuna, sa ancora sbagliare e che nell’eterna lotta tra costui e la macchina, l’irrazionalità e le pulsioni più profonde e inspiegabili avranno sempre la meglio.

Era partito per difendersi, Boonen, e adesso è lì che sprinta per la leggenda.

Il ricordo è ancora fresco.

E’ il giorno di Mathew Hayman, la classe operaia che va in paradiso, l’ultimo classificato dell’edizione 2008 (la seconda Roubaix di Boonen) che anticipa e rimanda all’inferno il mito.

Avrebbe potuto essere il canto del cigno per Tom, che comunque splendido cigno rimane ma che è costretto ad accontentarsi del piazzamento più doloroso della sua carriera.

Il 2017 è storia ancora fresca, tangibile, praticamente contemporanea.

La miccia è di quelle che, quando scoppia, può far danno sul serio.

“Mi ritiro dopo la Roubaix. E’ vero, non sono più il Boonen di una volta ma attenzione a darmi per spacciato troppo presto”.

Boom.

Questi ultimi tre mesi sono stati un elettrizzante ed irripetibile conto alla rovescia.

Intanto Tom corre e vince, tanto per cambiare. La vittoria è una sola, alla Vuelta a San Juan, nella seconda tappa, eppure Boonen scrive un altro pezzettino di storia, tanto per cambiare.

E’ il primo ciclista professionista ad aver vinto una corsa su una bicicletta con freni a disco.

Chissà, magari tra vent’anni lo ricorderemo come un pioniere.

Lui non ci fa caso, quasi non ne accorge nemmeno: d’altronde, quando la storia la riscrivi praticamente da quindici anni e in palcoscenici ben più prestigiosi, non è certo un record del genere a farti girare la testa.

Eppure sembra che sia la storia a cercare lui.

Finalmente si entra nel vivo delle classiche, si arriva sul pavé: si entra nel giardino di casa Boonen.

Non si presenta a fari spenti, ma non promette comunque niente perché sa quanto basti poco, in corse del genere, per rimanere fregati.

Al Fiandre promette fuoco e fiamme, che puntuali arrivano sul Muur, sul Grammont.

Poi lancia Gilbert, che un’ora e mezzo più tardi porterà a termine una delle imprese più belle del ciclismo moderno, mentre lui rimane incazzato e deluso ai piedi del Taaienberg dopo che la catena lo ha lasciato a piedi.

Inutile sottolineare lo spettacolo del tifo: anzi, no, non è per niente inutile.

L’atmosfera ribolle.

Vince Gilbert, un altro fenomeno belga che si prende il lusso di trionfare con indosso, tra l’altro, la maglia di campione belga.

Tutto molto bello, certo che se al suo posto ci fosse stato Boonen…

Lo Scheldeprijs, ovvero la più antica classica delle Fiandre, celebra Tom come meglio non potrebbe: per la prima volta da quando si disputa, quindi dal 1907, la partenza viene spostata da Anversa a Mol, il paese di Boonen. Lo starter che al via spara il classico colpo di pistola è un personaggio d’eccezione: suo nonno.

E allora è tutto rimandato alla Roubaix.

Anche questa è storia fresca, freschissima. Una ferita ancora aperta.

Se la corsa si decidesse ai punti, sarebbe un testa a testa tra Oss e Boonen ma la spunterebbe lui, Tom.

E’ encomiabile, commovente, leggendario.

Non contempla la sconfitta, e infatti fa di tutto per ritrovarsi nella miglior posizione possibile: scatta, accelera, strappa, rifiata, riparte. E’ la stessa sequenza su ogni tratto in pavé, l’ennesima combinazione di colpi nella speranza di un KO che purtroppo non arriva mai.

Si arrende solo davanti all’inevitabile ma non lo accetta.

Il rimorso, il rimpianto e la rabbia gli fanno puntare il dito contro Degenkolb e lo fanno tirare dritto verso le docce.

Niente giro d’onore: oggi, Boonen, ha perso.

E per la prima e unica e ultima volta, è una sconfitta irrimediabile.

Il suo essere belga, il suo modo di correre, quello che ha fatto sul pavé.

Troppe volte si sfocia nella retorica, stavolta invece è lecito dire che uno come Tom Boonen non s’era mai visto e non ripasserà mai più.

Nessuno, nella storia delle pietre, vale quanto lui.

Magni e Cancellara reggono il confronto se ci limitiamo al Giro delle Fiandre, ma se ci allarghiamo alla Roubaix e altre classiche del pavé non c’è niente da fare.

De Vlaeminck, al contrario, vale Boonen nella Parigi-Roubaix ma il confronto diventa impietoso quando si passa al Fiandre e alla Gand-Wevelgem: Tom ha vinto tre edizioni di entrambe, Roger invece una sola Ronde e nemmeno una Gand.

Van Looy, Merckx, Moser, Museeuw, Ballerini: quando si parla di pavé, sono tutti un gradino sotto al belga.

Se al suo ritiro aggiungiamo anche quello di Fabian Cancellara, beh, è la fine di un’era.

Ma è stato già detto tutto e già scritto tutto, la storia è stata già fatta su quelle pietre e su quelle bici.

E in fondo, anche questo, è l’ennesimo tributo ordinario per un atleta che di ordinario non ha mai avuto niente.

Dovremo abituarci a non vedere più in testa al gruppo quel granatiere, con quella sensibilità da pianista nelle mani e quella devastante bellezza delle sue infinite gambe, degna del miglior Nureyev.

E tutto, rigorosamente, senza guanti.

E scusate se è poco…

Davide Bernardini

Davide Bernardini
Davide nasce il 20/09/1994. È Toscano, e si sente. Cerca di capirci qualcosa con la sua vita, anche se per ora siamo distanti. Non perde però la gioia e l’entusiasmo nel vivere ogni secondo della sua vita, stesse qualità che mette nello scrivere di ciclismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *