I 10 scalatori più forti nella storia del ciclismo

Si è soliti associare il ciclismo all’immagine delle montagne, a quelle vette ad un passo dal cielo dalle quali è possibile guardare il mondo dalla prospettiva più ambita.
Le montagne sono il simbolo che riconcilia l’uomo con la natura, tutto è com’era, vi si può tornare sempre e riconoscere le stesse pietre, gli stessi prati, lo stesso cielo.
Le montagne sono l’essenza del ciclismo, palcoscenici di uomini e campioni che hanno scritto la storia di questo sport.
Nella storia del ciclismo pochi sono stati i veri e propri padroni delle montagne: vogliamo ricordare i più grandi scalatori di tutti i tempi concentrandoci su quei corridori nati per sconfiggere le difficoltà delle pendenze più dure. Quei piccoli uomini che hanno dominato i giganti delle Alpi e dei Pirenei con la loro grinta, che ha alleviato loro le sofferenze delle strade che conducono verso il cielo.
Per gli appassionati di ciclismo la figura dello scalatore è sempre stata una tra le più amate in quanto espressione della fatica e dell’eroicità tipica di questo sport.
Nella classifica proprosta vengono considerati esclusivamente gli scalatori puri tralasciando campioni più completi che hanno saputo primeggiare in altri campi al di fuori della salita.

10. Gilberto Simoni, il re delle vette impossibili

 

Gilberto Simoni è stato uno tra gli scalatori più forti degli ultimi 15 anni, forse uno degli ultimi che il ciclismo ha saputo partorire. Di Gibo si ricordano le emozioni che ha regalato quando la stradava si impennava paurosamente. Simoni infatti detiene un particolare primato: è l’unico ad aver trionfato in quelle che vengono considerate le due salite più dure d’Europa, ovvero il Monte Zoncolan (due volte) e l’Alto de L’Angliru. Simoni ha vinto il Giro d’Italia nel 2001 e nel 2003 e per altre cinque volte è salito sul podio della Corsa Rosa. Anche le poche volte che non vinceva, lo scalatore di Palù di Giovo riusciva sempre ad emozionare e a lasciare ricordi indelebili, come l’attacco al Colle delle Finestre al Giro 2005. Figlio delle montagne del Trentino, Gibo ha fatto delle vette più ardue il suo paradiso.

9. Lucien Van Impe, Monsieur Maillot a pois

 

Lucien Van Impe ha corso da professionista dal 1969 al 1987. Nato a Mere, in Belgio, Van Impe è stato un ottimo scalatore, ricordato per lo più per la sua presenza fissa al Tour de France. Il belga, infatti, in più stagioni si ritrovò a “snobbare” altre competizioni in favore della Grande Boucle. Scalatore di classe, Van Impe conquistò il Tour del 1976, mentre in altre 14 edizioni della Corsa Gialla è riuscito ad arrivare a Parigi (terza prestazione assoluta dopo Hincapie e Zoetemelk). Nonostante la Maglia Gialla del ’76, Van Impe è ricordato per il record di ben sei Maglie a pois conquistate. Quando i gran premi della montagna erano roba per scalatori veri, Van Impe riusciva sempre ad imporsi in questa speciale classifica. Eguagliò il record precedente di Bahamontes, entrambi battuti successivamente da Richard Virenque.

8. Luis Ocana, l’eroe tragico

 

Luis Ocana è ricordato come un eroe tragico, con quelle vittorie sfiorate per un insieme di sfortune capitate all’improvviso, per quel sorriso malinconinco che lo accompagnava da sempre, per quella morte assurda di cui ancora ci si chiede il perchè. Ocana è stato anche un grandissimo scalatore, è stato uno dei pochissimi a mettere in difficoltà il Cannibale Eddy Merckx. Al Tour ’71 una maledetta caduta gli impedì di arrivare in Giallo a Parigi surclassando il Cannibale; la rivincita del grande Luis, però, arrivò due anni più tardi quando conquistò un Tour da padrone assoluto.
Ocana è stato un corridore dalla classe unica, in salita riusciva a mettere in difficoltà chiunque. Probabilmente, nella classifica che stiamo presentando, Ocana rappresenta il corridore più completo forte di molteplici vittorie anche a cronometro oltre che in salita.
Dopo la tragica morte, il corpo di Ocana fu cremato e le sue ceneri, per stessà volontà del campione spagnolo, furono sparse sui Pirenei, le montagne che amava, le montagne che lo hanno fatto entrare nella leggenda del ciclismo.

7. Josè Manuel Fuente, El Tarangu

 

Josè Manuel Fuente è stato un ciclista spagnolo attivo negli anni ’70. Il genio e la sregolatezza. Le sue stupende azioni in montagna spesso venivano vanificate dalle sue sciagurate tattiche di gara. Merckx, in salita, temeva Fuente più di tutti; tuttavia, il Cannibale riusciva a sfruttare le lacune tattiche dello spagnolo e a trionfare nelle grandi corse a tappe. Fuente vinse la Vuelta nel ’72 e nel ’73 oltre a vantare piazzamenti sia al Giro che al Tour. Vinse anche il Giro di Svizzera 1973. Memorabile la sua azione alle Tre Cime di Lavaredo nel Giro ’74, quando arrivò solo al traguardo riuscendo a distanziare Baronchelli, Merckx e Gimondi in lotta per la Maglia Rosa. Agile e scattante, col suo fisico minuto Il Tarangu volava nelle strade più dure d’Europa, sempre sui pedali, sempre lottando fino alla fine.

6. Luis Herrera, il colombiano volante

 

Luis Herrera è stato un ciclista colombiano professionista dal 1985 al 1992. Herrera è ricordato principalmente per essere, insieme a Federico Bahamontes, il vincitore della classifica scalatori in tutti e tre i grandi giri. Herrera non è mai stato un uomo di classifca, non riuscendo quasi mai ad inserirsi nella lotta per la vittoria finale (ad esclusione del trionfo alla Vuelta nel 1987. A “Lucho” è intitolato anche uno dei tornati della mitica Alpe d’Huez, in ricordo della vittoria nel 1984, nel giorno in cui Fignon ipotecò il bis al Tour. Herrera, di fatto, è stato il precursone dei grandi scalatori colombiani che abbiamo ammirato dagli anni ’90 fino ai giorni nostri. Un popolo cresciuto in mezzo alle montagne, ad un passo dal cielo; un popolo grintoso e coraggioso che Lucho incarnava alla perfezione.

5. Vicente Trueba, la Pulce dei Pirenei

 

In sede di presentazione della classifica dei migliori scalatori della storia del ciclismo si è fatto riferimento alla stoicità e all’eroismo impresso nella figura degli scalatori. Il corridore simbolo della figura eroica dello scalatore è Vicente Trueba. Trueba fu uno dei pionieri del ciclismo, corse dal 1928 al 1936.
Lo spagnolo era dotato di un fisico minuto che gli permetteva di volare in salita. Tuttavia, per contro, il piccolo spagnolo incappava in una quasi imbarazzante difficoltà in discesa. La montagna per la Pulce dei Pirenei era il paradiso e l’inferno, la salita e la discesa come la gloria e la dannazione. Molti furono i duelli con i vari Girardengo e Guerra, i quali, staccati di oltre 10 minuti in salita, riuscivano a raggiungere e superare la Pulce in discesa per poi trionfare al traguardo. È forse per questo che Trueba non è mai riuscito ad imporsi in un grande giro, ma le sue azioni in salita sono rimaste nella leggenda del ciclismo mondiale. Una figura mitica, quella dello scalatore, nel ciclismo dei pionieri, dove, oltre alle pendenze arcigne, c’era da sconfiggere lo sterrato che diventava fango con la pioggia, oltre a materiali neanche lontanamente paragonabili a quelli odierni.

4. Federico Bahamontes, l’Aquila di Toledo

 

Un altro spagnolo, un altro re delle salite, un’altra piaga per le discese. Il termine “Bahamontes” vuol dire in spagnolo “scavalcamontagne”. Sembra quasi che il destino avesse già stabilito la dote più grande del grande Federico Martin. Bahamontes fu il primo spagnolo a vincere il Tour de France nel 1959; in quell’anno l’Aquila di Toledo non partì con i favori dei pronostici, ma una fuga pirenaica gli permise di staccare i suoi grandi rivali. Bahamontes è ricordato per la sua grandissima abilità in salita, ma anche per il terrore che lo affliggeva quando la strada scendeva verso il basso. In questo senso, Federico Martin ripercorse le orme della Pulce dei Pirenei Trueba. Leggende narrano che Bahamontes, arrivato in solitaria senza problemi in cima alla vetta, era solito aspettare gli altri corridori per affrontare la discesa insieme al gruppo, quasi come a cercare compagnia e a non affrontare da solo le picchiate che portavano a valle.
Un aneddoto particolare risale al Tour 1954, il primo per l’Aquila di Toledo. Bahamontes arrivò da solo in cima al Col de Remeyere, la gente lo incitava a raggiungere il traguardo, ma il suo terrore per la discesa non esitò a subentrare. Bahamontes, indispettito dall’incitamento del pubblico a bordo strada, si fermò in un bar e comprò un gelato, salì in sella alla sua bicicletta e affrontò la discesa a passo d’uomo leccando il gelato appena comprato; gli avversari, ovviamente, lo ripresero e così Federico trovò compagnia per giungere al traguardo e non affrontare la discesa in solitudine.
Bahamontes vinse tutte e tre le classifiche scalatori dei grandi giri, è tutt’ora considerato come uno dei più grandi scalatori nella storia del ciclismo: d’altronde, l’avversario più duro da sconfiggere per l’Aquila di Toledo fu la discesa.

3. Gino Bartali, l’Immortale

 

Quando si parla di un determinato sport, viene quasi automatico pensare a un personaggio, a un campione e a un uomo che è stato tra i pionieri e tra gli eroi di generazioni antiche ricordati anche in tempi moderni. Questo è stato, è e sempre sarà la figura di Gino Bartali per il ciclismo.
Ginettaccio è ricordato come uno dei miti del mondo dei pedali, forte di una classe unica e di una personalità che gli ha permesso di vincere ogni tipo di battaglia. Bartali è stato un grandissimo scalatore, il migliore della sua epoca. In salita ha regalato duelli leggendario con il suo grande rivale Fausto Coppi.
Il palmares di Bartali dice molto poco sul valore immenso del corridore toscano. La vittoria più grande per Gino è stata quella di contribuire alla rinascita di un Paese distrutto dalla guerra, di ridare speranza a chi non ne aveva più. E non c’è Maglia Rosa o Maglia Gialla che valga di più.

2. Charly Gaul, l’Angelo della Montagna

 

Molte volte le parole non bastano per descrivere la grandezza di un campione. I fuoriclasse hanno il potere e la magia di colmare il vuoto lasciato dalle parole. Parlando di Charly Gaul le parole non bastano. Basta perdersi nelle immagini delle sue scalate mitiche ed emozionarsi dinanzi al campione che è stato l’Angelo della Montagna. L’impresa sul Bondone, due Giri, un Tour, quello scricciolo d’uomo sempre lì davanti a lottare fino all’ultimo metro della salita.
Una carriera leggendaria, ogni montagna parla di lui, Charly Gaul, il poeta maledetto del ciclismo eroico.
Ha lottato contro i più grandi della sua epoca, è stato lo scalatore principe negli anni dello sterrato, delle bufere, della neve, del gelo; è stato lo scalatore più grande in un ciclismo fatto di uomini che sembravano indistruttibili, mai domi. Gaul rappresenta l’essenza dell’estremo, dell’uomo contro la natura, della sfida a qualcosa più grande di te. E scommetteteci che l’Angelo della Montagna ne usciva sempre vincitore.

1. Marco Pantani, il Pirata

 

Troppo spesso rimpiangiamo il ciclismo di Gaul, dì Bahamontes, di Bartali. Le imprese leggendarie hanno quasi abbandonato il ciclismo relegandolo a uno sport forse un po’ troppo tattico e pragmatico. Ma, negli ultimi 20 anni, un campione ha avuto il merito di riportarci indietro, di far rivivere quel bianco e nero che ha accompagnato generazioni di campioni leggendari. Marco Pantani, per tutti il Pirata. Ogni montagna sussurra il suo nome, su ogni cima più gloriosa è stata issata la bandiera del Pirata. Alpe d’Huez, Mortirolo, Mont Ventoux, Montecampione, Pampeago, Oropa. Ad ognuna di queste salite è associato un ricordo, un’emozione che il Pirata ci ha regalato.
Come scatto, ritmo, progressione, Pantani è stato probabilmente lo scalatore più completo, l’unico che è riuscito ad imporsi su percorsi pensati esclusivamente per cronoman, negli anni in cui la specializzazione e il tatticismo stava prendendo sempre più il posto del cuore e del talento. Marco rappresenta l’eccezione più bella, un arcobaleno di colori in un ciclismo in scala di grigi.
Le emozioni che ci lascia del Pirata sono più forti di tutto, persino di una leggendaria doppietta Giro-Tour. A questo proposito concludiamo con un profondo ricordo del Pirata da parte di Gianni Mura.

“Quando sei morto ho scoperto che avevi vinto 34 corse in tutto. Merckx ne vinceva di più in una stagione. Ma era il modo non il numero. Per questo Villeneuve è stato più amato di Schumacher. Per questo al tuo funerale c’era anche Charly Gaul malato.”

Gianni Mura

 

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