Una Freccia fuori bersaglio

Questo non vuole certo essere un J’accuse contro Alejandro Valverde, ci mancherebbe altro. L’Embatido ha dimostrato ancora una volta di essere il padrone assoluto del Muro di Huy, dominando con imbarazzante facilità l’ardua scalata che porta al traguardo della Freccia Vallone. Il tutto per la quinta volta, la quarta di fila, record assoluto.

Dov’è il problema allora? Con questa edizione della Fleche abbiamo davvero toccato il fondo dal punto di vista organizzativo? La risposta è piuttosto semplice. Immaginiamo per un attimo che l’obiettivo primario di una corsa ciclistica sia quello di intrattenere il pubblico, quello di regalare spettacolo ed emozioni ad una vasta platea di appassionati. Ecco, se potessimo riassumere tutto ciò con la forma di un bersaglio, la Freccia 2017 cadrebbe ben lontana dal centro, se non completamente a vuoto.

Da troppe edizioni, ormai, questa corsa tipica della Vallonia (pardon, l’anagramma VallNoia suona meglio) si è ridotta ad un lungo e soporifero trasferimento verso l’ultimo km, verso quel Muro così duro da spaventare tutti i componenti del gruppo. Anche gli attaccanti più smaliziati provano soggezione nei suoi confronti, tanto da renderli incapaci di inventare qualche azione a distanza o di giocare d’anticipo sul primo passaggio a Huy, ben lontano dal traguardo. Finché la formula del percorso rimarrà questa, dunque, sarà difficile immaginare un epilogo diverso dalla volatona al rallentatore vista negli ultimi anni, dove, tolto l’estro del ritirato Purito Rodriguez, il miglior interprete è proprio Alejandro Valverde.

Se porti il fenomeno murciano in carrozza fino ai 300 metri, non puoi pensare di batterlo sul tuo terreno, a maggior ragione se sta attraversando il miglior avvio di stagione di sempre. Anche il fato ci ha messo del suo, comunque, privandoci della presenza di Gilbert e Alaphilippe, fino a prova contraria i rivali più accreditati a queste latitudini. Gli unici che hanno concretamente provato a scardinare la corsa, a cambiare un copione già scritto, sono stati Alessandro De Marchi e Bob Jungels, quest’ultimo ripreso ad un soffio dalla fine. Vuoi per le caratteristiche del percorso, vuoi per il timore reverenziale nei confronti del Muro, sembra dunque impossibile fare selezione preventiva e inventare un’azione che lasci di sasso gli avversari. Un Valverde con la squadra al gran completo fino a pochi km dal traguardo non lo metti mai e poi mai nel sacco, specie se agisci in solitaria.

Dobbiamo rassegnarci, allora, alla noia come fatto endemico della Freccia Vallone? O si possono apportare dei correttivi che rivitalizzino, non me ne vogliate, la classica più “brutta” della primavera? Per informazioni, citofonare Amstel, qualche km più a nord. Gli olandesi, fortunatamente, si sono accorti dell’ormai scontato epilogo della loro Gold Race, ostaggio del posizionamento del Cauberg, la cote simbolo, a ridosso del traguardo. Anche qui, fino all’anno scorso, non era certo raro assistere all’immobilismo più totale in attesa della “caciara” conclusiva, con annesso volatone di gruppo o scatto del più coraggioso di turno. Gli organizzatori non si sono persi d’animo e, evidentemente ben più sensibili ai feedback del pubblico rispetto ai colleghi valloni, hanno apportato sostanziose modifiche al percorso, rendendo l’Amstel finalmente più appetibile per un pubblico esigente. E’ bastato disinnescare il Cauberg, spostandolo di 20 km più indietro nella tabella di marcia. Un sacrilegio per i puristi, una benedizione per gli affamati di spettacolo. Forse a Huy sono troppo affezionati al loro Muro, oppure hanno una paura tremenda che la corsa perda la sua identità ormai sedimentata. Fatto sta che la soluzione, apparentemente, è a portata di mano: rinunciare (ma solo in parte) ad una tradizione pluriennale in favore della ricerca dello spettacolo. Non uno stravolgimento, non uno schiaffo alla nostalgia, basta ridisegnare il tracciato in modo intelligente, mantenendo comunque i capisaldi storici per salvaguardare il mos maiorum vallone. In Olanda l’hanno capito in tempo, in Belgio ancora no, ma noi, in tutta onestà, speriamo che gli organizzatori già dal 2018 ci regalino una Classica finalmente degna di questo nome.

Antonio Michetti
Appassionato di ciclismo, calcio, cinema, musica e automobili… Pedalo da anni, vado piano in salita, forte in pianura, fortissimo in discesa (of course). Attualmente Pinarelliano, ex Bianchista (sostengo il made in Italy), ma ho comunque tenuto la “celeste” perché le voglio troppo bene. Adoro la sensazione di libertà trasmessa dalla bicicletta, un mezzo che permette di arrivare ovunque con la sola forza delle proprie gambe.

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